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Gestione Servizi Sociali (GSS)

cooperativa sociale Onlus  - Pescopagano (PZ)

       

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Pescopagano, dicembre 2006

Cittadinanza solidale: nuovi lavori socialmente utili o occasione sprecata?

 L’indubbia valenza sociale della legge sulla “Promozione della cittadinanza solidale”, proposta della Regione Basilicata, sembra essere vanificata dalle vicissitudini di cui la norma in oggetto va cibandosi.

In effetti la norma, nell’ottica di offrire opportunità di emancipazione della popolazione più sfortunata della Regione, che non siano i soliti aiuti a pioggia ma piuttosto la promozione di un percorso di inserimento lavorativo attraverso la formazione di una rete che vedesse impiegati diversi soggetti (enti territoriali, uffici del lavoro, istituti formativi, enti di terzo settore), ha sicuramente una ottima valenza civile e sociale.

Il coinvolgimento degli stakeholders, così come oramai sancito a livello comunitario, è sicuramente la strada giusta al fine di proporre politiche sociali che siano rispondenti ai bisogni delle popolazioni coinvolte.

Il lavoro di rete, più volte ribadito, è sicuramente il giusto mezzo per una policy che sia efficace oltrechè efficiente.

Tutto questo è stato previsto dalla norma, ma ben sappiamo che da quanto “previsto” a quanto “fatto” ce ne passa.

 Deficienze e lacune.

Il ruolo degli enti territoriali di prossimità, in particolare dei Comuni, è stato (è) alquanto deficitario.

Per assoluta mancanza di conoscenza della norma, i Comuni hanno “tirato a campare”, limitandosi al minimo indispensabile, il più delle volte perché spinti e sollecitati dagli operatori della Regione.

1)     i Comuni, in fase di presentazione delle domande da parte dei cittadini, non hanno svolto, nella maggior parte dei casi, alcuna attività di pubblicità, di sensibilizzazione, di sostegno a quella parte della popolazione più emarginata e diseredata, che i manifesti non li legge, che non conosce le norme e che si sente rigettata dal mondo intero. Tutto ciò a scapito di graduatorie vere da cui, purtroppo, molta parte della popolazione, per i motivi di cui sopra, è esclusa.

2)     Molti Comuni non hanno provveduto a convocare, formare o, quantomeno, sensibilizzare, nei Comitati Locali di Garanzia Sociale, i rappresentanti delle associazioni, del volontariato e di quella social community che, dobbiamo dirlo, è tutt’ora vista in Basilicata come un peso, un onere più che una risorsa. Questi Comitati sono stati composti, oltrechè da rappresentanti delle amministrazioni comunali, anche da esponenti delle attività produttive locali, con quasi totale esclusione delle organizzazioni non profit.

3)     Molti Comuni, avvalendosi di quanto stabilito comma d) punto 2) dell’art. 5 della L.R. in esame, hanno inteso (almeno fino ad oggi) non individuare i Garanti dei Contratti di inserimento o, se individuati, sono considerati come quelli che debbono firmare (magari senza porre troppe domande) i contratti e poi andar via. Ancora una volta le organizzazioni di terzo settore sono viste come organizzazioni di serie B, quelle cui concedere gli avanzi di gestione del bilancio comunale per fare piccoli lavoretti da spacciare poi al pubblico come politiche sociali ma assolutamente non degne di partecipare ad alcun tavolo concertativo e decisionale di nessun tipo. È deprimente come tutt’oggi si possano decidere delle social policies senza gli operatori di terzo settore, quelli che materialmente entrano nelle case delle persone (come volontari o come assistenti domiciliari) e che realmente conoscono le necessità della popolazione residente.

4)     Il punto in assoluto più carente, a parere di chi scrive, è il superamento di quanto previsto dal comma 5) dell’art 5 della legge di cui trattasi. Detto comma, che testualmente recita “Gli interventi di inserimento lavorativo non possono essere svolti presso pubbliche amministrazioni e loro emanazioni”, sembra sia stato superato, abolito, abrogato. A quanto appreso i Comuni potranno avvalersi delle prestazioni lavorative dei beneficiari dei contratti di inserimento.

Ciò comporta due tipologie di grandissime problematiche:

a)     I Comuni, avvalendosi delle prestazioni lavorative dei beneficiari dei contratti di inserimento, potrebbero sicuramente non rinnovare le convenzioni (e le gare in scadenza) di servizi esternalizzati alle cooperative o alle associazioni. Trattandosi di prestazioni labour intensive a bassa qualità degli operatori (giardinaggio, pulizie, guardiania locali ecc.) il turn over potrà essere svolto senza alcun problema. Quindi via le cooperative e dentro i beneficiari di “cittadinanza solidale”. Peccato che le cooperative saranno costrette a licenziare il personale in esubero, cosa che non credo interessi a nessuno!

b)     Potendo i Comuni avvalersi in maniera diretta delle prestazioni lavorative dei soggetti beneficiari dei contratti di inserimento si corre un grosso rischio che sembra sfuggire a molti: quello di creare nuovi lavoratori socialmente utili con tutto quello che ne consegue. Innanzitutto dare la falsa speranza di potere, un giorno, essere assunti in maniera stabile presso le Pubbliche Amministrazioni e, in secondo luogo, negare l’opportunità ai piccoli artigiani, ai laboratori commerciali insomma al piccolo tessuto produttivo, di quelle opportunità di avere manodopera gratuita per due anni. Si obietterà: ma costoro non hanno presentato domanda per essere enti ospitanti degli interventi di inserimento. Sappiamo bene che il piccolo artigiano o l’imprenditore familiare, se non adeguatamente sensibilizzato e informato, difficilmente presta la propria organizzazione per qualunque tipologia di attività.

Orbene ci chiediamo: sono stati adeguatamente informati e sensibilizzati sulle opportunità proprie (manodopera gratuita) e altrui (offrire opportunità di emancipazione lavorativa) questi esponenti del tessuto produttivo locale? Si sono tenuti incontri, dibattiti, manifestazioni su questo tema? La risposta è ampiamente negativa.

I lavoratori inseriti in codesti tessuti produttivi avrebbero, seppure in minima parte, una opportunità di lavoro anche alla scadenza dei due anni previsti dalla LR 03/2005, cosa assolutamente non possibile se affidati ai Comuni.

Conclusioni

Tutto quanto sopra esposto mi porta ad amare conclusioni:

·              non vi può essere attività sociale senza il coinvolgimento vero e concreto degli operatori del sociale, siano essi cooperazione sociale, volontariato o associazionismo in genere;

·              non deve (e non può) essere la Pubblica Amministrazione ad offrire opportunità di lavoro, bensì quegli operatori del tessuto produttivo locale, in primis la cooperazione sociale, che nel corso degli ultimi decenni ha contribuito, in maniera sostanziale, a creare in Italia, centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro;

·              creare, seppur involontariamente, false speranze in quella parte della popolazione interessata al progetto di “cittadinanza solidale” comporta, quantomeno, il rischio di vedere peggiorate le condizioni e le aspirazioni socio-lavorative delle parte della popolazione che la legge si prefigge di “integrare socialmente e di dare autonomia economica ai nuclei familiari esposti a marginalità sociale”.

                                                                                                  Gianni Toscano 

 

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Ultimo aggiornamento: 05/12/2014